cessione d'azienda

cessione d’azienda

Cessione d’azienda: con il presente articolo si vuole affrontare un tema molto ricorrente nella pratica fiscale. Capita spesso, in effetti, che l’Agenzia delle Entrate in applicazione dell’art. 20 del D.P.R. n. 131 del 1986 interpreti in chiave elusiva singoli e distinti negozi giuridici registrati dal contribuente come cessione d’azienda.

Nello specifico, singoli conferimenti in natura tra società, seguiti da una cessione di quote societarie viene interpretata sovente dall’Agenzia delle Entrate come un tutt’uno e riqualificata come una cessione d’azienda (o ramo). Ne deriva che l’Ufficio, con avviso di liquidazione, ridetermina la maggiore imposta proporzionale di registro prevista per la cessione d’azienda, oltre sanzioni ed interessi.

Secondo l’orientamento dell’Agenzia delle Entrate, infatti, considerando singolarmente ciascuno dei negozi giuridici posti in essere dalle parti, non sarebbe possibile identificare “gli effetti giuridici” (della cessione d’azienda) che le parti, nell’esercizio della propria autonomia negoziale, hanno inteso realizzare, attraverso l’adozione dei singoli schemi contrattuali.

L’art. 20 del D.P.R. n. 131/1986, utilizzato a fondamento della ripresa, avrebbe una funzione antielusiva che si raggiungerebbe attraverso la riqualificazione per via interpretativa dei negozi giuridici, così da far emergere la modificazione della realtà giuridica realmente prodotta nell’esercizio dell’autonomia privata, a prescindere dalle forme utilizzate.

Di conseguenza, nel perseguimento di tale obiettivo, la Cassazione ha riconosciuto spesso all’Amministrazione la possibilità di considerare unitariamente i singoli atti negoziali posti in essere, poiché una delle strategie che le parti potrebbero adottare allo scopo di eludere l’applicazione della normativa fiscale, potrebbe essere proprio quella di parcellizzare in una pluralità di negozi giuridici un’unitaria operazione negoziale, così da mascherare gli obiettivi realmente perseguiti, e nel caso, garantirsi un vantaggio fiscale.

Deve, tuttavia, rilevarsi che proprio la Cassazione con la sentenza n. 2054 del 27 gennaio 2017, contrariamente ai precedenti arresti giurisprudenziali, ha affermato che:

l’imposta di registro è un’imposta d’atto, con la conseguenza che per l’individuazione del reale contenuto dell’atto tassato è precluso il riferimento a dati extratestuali ed esterni all’atto stesso;

non si assiste sempre ad un’identità soggettiva dei vari negozi, atteso che gli atti di conferimento vedono per contraenti soggetti parzialmente diversi da quelli degli oggetti di cessione delle quote.

Pertanto, se è indubitabile che l’Amministrazione in forza della disposizione di cui all’art. 20 del D.P.R. n. 131/1986 non è tenuta ad accogliere acriticamente la qualificazione prospettata dalle parti ovvero quella “forma apparente” al quale lo stesso art. 20 fa riferimento, è indubbio che in tale attività riqualificatoria essa non può travalicare lo schema negoziale tipico nel quale l’atto risulta inquadrabile.

Ciò comporterebbe, la costruzione di una fattispecie imponibile diversa da quella voluta e comportante differenti effetti giuridici. In altri termini, la ricostruzione dell’Agenzia delle Entrate non deve ricercare un presunto effetto economico dell’atto, specie se è il medesimo per due negozi tipici diversi per gli effetti giuridici che si vogliono realizzare.

Infatti, ancorché da un punto di vista economico si possa ipotizzare che la situazione di chi ceda l’azienda sia la medesima di chi cede l’intera partecipazione, posto che in entrambi i casi si “monetizza” il complesso di beni aziendali, si deve riconoscere che dal punto di vista giuridico le situazioni sono assolutamente diverse.