favor rei

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Favor rei: con la recente sentenza di Cassazione n. 26444 dell’8 novembre 2017 i giudici ermellini hanno stabilito che in tema di Dichiarazione infedele, le sanzioni più favorevoli al contribuente stabilite dal D. Lgs 158 del 2015 non si applicano in modo generalizzato. In altre parole, le nuove e più favorevoli norme sanzionatorie non sono automaticamente applicabili.

In particolare, le modifiche alla riforma delle sanzioni tributarie non penali in tema di imposte dirette, Iva e riscossione dei tributi hanno previsto:

– una maggiore definizione delle fattispecie di elusione e di evasione fiscale e delle relative sanzioni;

– la revisione del regime della dichiarazione infedele per un equo rapporto tra sanzione e gravità dei comportamenti

La decisione della Suprema Corte di Cassazione affronta il dibattito relativo all’applicazione del principio del favor rei previsto in ambito tributario presuppone che nell’irrogazione di due diversi regimi sanzionatori, il contribuente abbia diritto a quello a lui più favorevole a patto che il provvedimento sanzionatorio non sia già divenuto definitivo.

In altri termini, secondo il noto principio del favor rei, il contribuente ha diritto alla sanzione più tenue se nel termine di decorrenza previsto per impugnare l’atto di irrogazione delle sanzioni o nelle more del giudizio intervenga una legge che preveda una sanzione a lui più favorevole.

E’ quanto stabilito dall’art. 3, comma 3 del D.Lgs 472/1997 che dispone che: “”Se la legge in vigore al momento in cui è stata commessa la violazione e le leggi posteriori stabiliscono sanzioni di entità diversa, si applica la legge più favorevole, salvo che il provvedimento di irrogazione sia divenuto definitivo.”

La stessa Agenzia delle Entrate nella circolare n. 4 del 2016 ha chiarito che il principio del favor rei trova applicazione sia per le violazioni commesse a partire dal 1° gennaio 2016, sia per quelle commesse in precedenza. .
Per stabilire quale sia la norma effettivamente più favorevole, l’ufficio applica i principi generali seguiti nel diritto penale tenendo conto delle peculiarità del diritto tributario, confronta le due norme sanzionatorie in concreto e non in astratto, tenendo conto di tutte le circostanze (aggravanti, attenuanti o esimenti) e verificando gli effetti della loro applicazione in rapporto alle caratteristiche della condotta realizzata dal trasgressore.

In concreto, l’Amministrazione Finanziaria alla luce dell’intervento legislativo n. 158 del 2015 ha dato seguito a tale prassi esercitando l’autotutela in pendenza di giudizio o iscrivendo a ruolo gli importi delle sanzioni ridotte.

Nel caso sottoposto all’esame della Suprema Corte di Cassazione, l’Agenzia delle Entrate aveva emesso un accertamento induttivo a carico di una società basato sulla valutazione di rimanenze di magazzino e delle medie di ricarico del settore. Alla società veniva contestata una dichiarazione infedele che aveva legittimato l’atto impositivo con tanto di sanzioni. La difesa ha impugnato l’atto nel merito chiedendo la riduzione delle sanzioni alla luce delle norme contenute nel D.Lgs 158 del 2015.

Ma entrambe le istanze sono state respinte.

I giudici ermellini hanno affermato (in modo conforme Cass. n. 16128 del 2017; in senso analogo, Cass. n. 9505 e n. 19187 del 2017 nonchè n. 20141 del 2016) che la modifica legislativa più favorevole al contribuente “non opera in maniera generalizzata in favor rei, con la conseguenza che la mera affermazione di uno ius superveniens più favorevole, non consente di operare semplicemente la trasformazione della sanzione irrogata in sanzione illegale, specie in assenza di specifica deduzione dell’applicabilità in concreto (avuto riguardo, in particolare, alle specifiche condizioni esistenti, alla rilevanza della condotta e agli elementi di fatto rilevanti per la determinazione al minimo edittale) di una sanzione tributaria inferiore rispetto a quella applicata, nel caso in esame mancata con riferimento sia ai margini edittali della sanzione inflitta che alla valutazione della gravità della violazione». Da ció deriva che deve escludersi che la mera deduzione di uno ius superveniens più favorevole, senza alcuna altra precisazione con riferimento al caso concreto, sia tale da imporre il rinvio della causa al giudice di merito”.